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In un’opera promossa dall'AIFA l'affascinante storia del farmaco

"Il Farmaco, 7000 anni di storia"

17/05/2012

L'intervento del Direttore Generale Luca Pani e l'intervista all'autore

Una vicenda avvincente che si snoda nei secoli segnando alcune delle tappe fondamentali della storia dell'uomo e del progresso scientifico, merita di essere ricostruita e, perchè no, narrata come fosse un romanzo.

È la storia della scoperta e dell’evoluzione dei medicinali, cui il Prof. Luciano Caprino ha dedicato il volume "Il Farmaco 7000 anni di storia" (Armando Editore, 2011 – prefazioni del Prof. Sergio Pecorelli e del Prof. Guido Rasi) promosso dall'AIFA e presentato nei giorni scorsi a Roma presso il Nobile Collegio Chimico Farmaceutico.

Si tratta - come è stato osservato dai partecipanti - della prima opera bilingue (italiano/inglese) che ripercorre in modo sistematico l'evoluzione del farmaco e della farmacologia dalle origini ai giorni nostri, con una finestra aperta sulle sfide del futuro.

A tenere a battesimo il prezioso volume, 287 pagine impreziosite da una ricca bibliografia e un utile indice analitico ma, soprattutto, da aneddoti e suggestive illustrazioni, il Direttore Generale dell'AIFA, Prof. Luca Pani.

Nel ringraziare l'autore, il Prof. Pani ha sottolineato l'importanza del contributo che l'AIFA ha voluto consegnare alla Farmacologia, agli operatori del settore e, più in generale, a tutti coloro che amano la storia dell'uomo e del progresso scientifico.

"Coloro che non ricordano il proprio passato sono condannati a ripeterlo", ha detto il Prof. Pani, citando lo scrittore e filosofo del Razionalismo critico George Santayana. «Opere come questa - ha aggiunto il Direttore Generale dell’AIFA - ci ricordano che le nostre conoscenze affondano le radici nella storia dell'uomo, e che certi valori, come la solidarietà e l'assistenza al malato fanno parte di un bagaglio antico e ineludibile che non nasce con Medline ma che si è acquisito e stratificato lungo il corso di millenni. Ci ricordano che la medicina e la tecnologia hanno fatto passi enormi, ma che la strada da percorrere è ancora lunga». 

Il Prof. Caprino, farmacologo e già docente di Tossicologia e Farmacologia all'Università Cattolica del Sacro Cuore e all'Università "La Sapienza" di Roma, ha ricordato la genesi della pubblicazione, e ha ringraziato l'AIFA, che già sotto la direzione del prof. Rasi e poi con il prof. Pani, ha promosso con convinzione l'iniziativa editoriale. «Un'opera - ha affermato Caprino -  che colma una lacuna bibliografica poiché mancava una storia del farmaco destinata a tutti, non solo agli addetti ai lavori. Ogni paragrafo è un frammento autonomo che ripercorre la traccia di una storia segnata da successi e insuccessi ma, soprattutto, da conquiste che hanno migliorato per sempre la qualità della vita dell'uomo prolungandone, in concomitanza con altri fattori, la durata».

Prof. Caprino, la storia del farmaco inizia davvero con la storia dell'uomo?

«È un'affermazione condivisibile. Sembra che l'uomo primitivo sia stato il primo farmacologo della storia, o almeno il primo osservatore, perchè mangiando cortecce, semi, erbe e radici e studiando il comportamento degli animali scopriva quali di quelle sostanze potevano provocare diarrea o sonno. Erano i primi passi di quella che potremmo definire una "medicina" empirica osservazionale. Tutte le civiltà più antiche sono state poi anche attraversate dalla cosiddetta medicina “magico sacerdotale”. Per la nascita della farmacologia intesa come disciplina scientifica autonoma si deve attendere la II metà del XIX secolo. E’ da allora che si sono sviluppate le varie branche della ricerca farmacologica».

A quando risalgono i primi medicamenti preparati dall'uomo per curare le malattie?

«L'oppio è sicuramente tra le sostanze più antiche, anche se non veniva utilizzato con consapevolezza piena e in modo appropriato. Una delle prime sostanze medicamentose ad essere preparata industrialmente fu la chinina, che segnò la nascita dell'industria chimico-farmaceutica in Europa e consentì di debellare la malaria in Italia, tra il 1920 e il 1930. Poi ricorderei senz'altro l'aspirina e i sulfamidici, come il Salvarsan utilizzato per il trattamento della sifilide».

Qual è il farmaco che ha cambiato in modo più significativo la qualità e la durata della vita?

«Senza dubbio la penicillina, la cui scoperta ufficiale è attribuita a Fleming, anche se sappiamo che fu un medico della Marina Italiana, Vincenzo Tiberio, a formulare per primo l'ipotesi che alcune muffe liberassero sostanze capaci di inibire lo sviluppo di batteri. Lo fece mettendo in relazione i disturbi intestinali che colpivano i suoi vicini di casa ad Arzano (Napoli) con l'asportazione delle muffe verdi che   ricoprivano le pareti di un pozzo. Il suo lavoro "Sugli estratti di alcune muffe", archiviato presso l'Istituto di Igiene dell'Università di Napoli, venne alla luce solo nel 1947. La penicillina si sperimentava già da sei anni. Nel frattempo era scoppiata la II Guerra Mondiale  e negli USA si era generato un grande interesse per questo farmaco, il cui impiego fu utilizzato nei campi di battaglia nel 1943 e salvò moltissime vite. Fu il punto di svolta, anche nella ricerca. Fino al 1945 esistevano tutto sommato pochi farmaci anche se le prescrizioni erano enormi».

In settant'anni di vita anche gli antibiotici si rivelano oggi meno efficaci su una popolazione non più naïve?

«Certamente, è la piaga dell'antibiotico-resistenza, generata dall’uso eccessivo e improprio che se n'è fatto negli anni e che bisogna combattere con un'opera di comunicazione e sensibilizzazione. Ma c'è di più. Bisogna riflettere sul fatto che da trent'anni non si scopre più un nuovo antibiotico».

Siamo nell'era dei farmaci biotecnologici e "personalizzati". Quali sono secondo lei le sfide che la ricerca farmacologica dovrà affrontare? Quali le nuove scoperte che potranno segnare altrettante pietre miliari al pari delle penicilline ecc.?

«La maggior parte dei farmaci in sperimentazione è rivolta alla cura del cancro. Quando saremo in grado di capire con esattezza perchè alcune cellule impazziscono e si trasformano in cellule tumorali avremo ottenuto una grande conquista. E in questo campo si stanno ottenendo risultati molto incoraggianti.

L'altra scommessa, ancora più complessa, è scoprire la causa dell'alterazione dei neurotrasmettitori che, al momento, non ci è nota neppure negli animali.

La più grande sfida però - a mio modo di vedere - è rappresentata dalle malattie neuro-comportamentali, dai disturbi psciconervosi, dalla depressione alla schizofrenia, che sono in crescente e preoccupante aumento. Immagino un futuro non troppo lontano in cui saremo in grado di misurare le sostanze che si liberano nel sistema nervoso centrale. Allora potremo effettuare diagnosi precise e sviluppare farmaci più puntuali ed efficaci.

I farmaco del futuro sarà quello disegnato sull'individuo. Esiste già una farmacologia di genere, se ne sta sviluppando una che distingue tra bambino e adulto, dovremo giungere a una medicina tagliata su misura sul singolo paziente».

Il termine "farmaco" è etimologicamente antinomico: vuol dire "medicamento" ma anche "sostanza tossica". Può derivarne un monito a fare sempre e comunque molta attenzione alle condizioni di utilizzo?

«Intanto va precisato che per "farmaco" si intende, secondo la definizione dell'OMS, "qualsiasi sostanza chimica o prodotto utilizzato per modificare o esaminare funzioni fisiologiche o stati patologici a beneficio del paziente", a prescindere quindi dal beneficio o dalla tossicità che può derivarne dall'impiego. D'altra parte già Ippocrate nel IV secolo a.C. lo concepiva più o meno nello stesso modo, e la sua definizione viene ancora utilizzata ai nostri tempi. Nel suo utilizzo come "medicamento", il farmaco può risultare un rimedio valido, quasi insostituibile; ma anche un rimedio capace di determinare effetti tossici molto gravi, come la morte. Sono le condizioni di utilizzo del medicamento, in rapporto anche alle presenti o preesistenti condizioni del malato, a determinare l'effetto benefico o un effetto dannoso».

Quanto un corretto stile di vita può incidere sull'uso e l'efficacia di un farmaco?

«Direi che è una condizione fondamentale  e su questo aspetto  bisogna insistere molto con una informazione corretta e capillare, che tenga conto dell'aumento dell'età media della popolazione».

È possibile immaginare un futuro in cui si utilizzeranno meno farmaci, ma più efficaci?

«Non credo a un futuro con meno farmaci, per diverse ragioni. Pensi che l'uso dei farmaci è stato, in tutti i tempi, così esteso da giustificare l'affermazione di Sir William Osler nel 1894: "Sappiate che l'uomo ha una vocazione innata per la terapia [...]; il desiderio di prendere medicinali è una caratteristica che distingue l'uomo dagli animali. E’ proprio questo uno dei principali ostacoli contro cui dobbiamo lottare"».

Il volume è stato presentato dal prof. Achille Caputi, ordinario di Farmacologia all'Università di Messina e dall'autore. All'evento di presentazione, introdotto da Presidente del Nobile Collegio, dott. Giuseppe Fattori, e moderato dal prof. Pier Luigi Canonico, Presidente della Società Italiana di Farmacologia, sono intervenuti i senatori Luigi D'Ambrosio Lettieri, Ignazio Marino e Cesare Cursi e il vicepresidente di Farmindustria Emilio Stefanelli.

In allegato:

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