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Dalla combinazione di due farmaci nasce nuova molecola per combattere i danni causati dal morbo di Alzheimer

Nasce dalla combinazione di due farmaci già esistenti una nuova molecola, la NitroMemantina, in grado di combattere i danni provocati dal morbo di Alzheimer, ripristinando le connessioni nervose danneggiate. Lo studio, coordinato dall’Istituto di ricerca medico statunitense Sanford-Burnham, si avvia ora verso la fase di test clinici ed è stato pubblicato sul giornale Proceedings of National Academy of Sciences (Pnas) e sulla rivista dell’Accademia delle Scienze degli Stati Uniti.

La prima fase dello studio del  Sanford-Burnham Medical Research Institute è durata 10 anni ed è stata coordinata da Stuart Lipton, professore e direttore del E. Webb Center for Neuroscience, Aging and Stem Cell Research e neurologo clinico.

Da anni il mondo della ricerca medica cerca di individuare possibili cure per combattere la degenerazione dei neuroni, dovuta in particolare alla distruzione dei collegamenti (sinapsi) tra le cellule cerebrali, tipica del morbo di Alzheimer. Eseguendo test su animali e cellule neurali umane, i ricercatori hanno individuato una delle cause della malattia nella eccessiva produzione di uno specifica molecola, il neurotrasmettitore glutammato. Quest’ultima è una molecola, prodotta dagli astrociti, che in quantità normali favorisce i processi di apprendimento e di memoria, ma che a livelli eccessivi ha effetti dannosi.

Il farmaco sperimentale, che combina due molecole approvate dalla Food and Drug Administration ed utilizzate per tentare di normalizzare la produzione di glutammato, deve essere ancora testato sull’uomo, ma i risultati sugli animali sono incoraggianti e con il tempo la ricerca potrebbe portare a nuove cure. Stuart Lipton e il suo team del centro statunitense sono, infatti, giunti alla conclusione che  insieme la memantina, molecola attiva contro le forme lievi e moderate dell’Alzheimer approvata nel 2003, e la nitroglicerina, usata comunemente contro i dolori al petto e l’angina, sono efficaci nel risanare le connessioni perdute per la malattia, anche nel caso in cui siano già presenti placche beta-amiloidi. Secondo i ricercatori, il farmaco potrebbe dunque essere efficace non solo sulla malattia a uno stadio precoce, ma anche leggermente dopo.

Leggi lo studio pubblicato sul giornale Proceedings of National Academy of Scienceshttp


Pubblicato il: 31 luglio 2013

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