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Condivisione dei dati delle sperimentazioni cliniche: una responsabilità collettiva

Oggi più che mai la condivisione del principio di responsabilità collettiva nel favorire il progresso medico-scientifico, ma soprattutto l’equità di accesso ai benefici di salute che da esso possono scaturire, appare quanto mai sentita da ricercatori, enti regolatori e non da ultimo i pazienti. Questo è l’approccio che al momento governa il dibattitto sulla pubblicazione dei dati dei partecipanti alle sperimentazioni cliniche e sulle modalità per renderli fruibili ed accessibili, nel rispetto della privacy e secondo standard definiti e univoci. Tema non nuovo, ma che torna sull’ultimo numero del The England Journal of Medicine con una serie di articoli, dove l’oggetto - o meglio il soggetto – dell’attenzione è ancora una volta il paziente.

Un paziente che come abbiamo già avuto modo di evidenziare è sempre più informato e allo stesso tempo disponibile a contribuire ad accrescere la conoscenza scientifica con le informazioni mediche che lo riguardano, perché riconosce il valore solidaristico della messa a fattor comune dei dati clinici a vantaggio di molti. E a questa disponibilità tutti sono chiamati a rispondere tempestivamente con lo stesso grado di responsabilità, afferma l’International Committee of Medical Journal Editors, così come i rappresentanti della Bill and Melinda Gates Fundation intervenuti ad un recente meeting del Multi-Regional Clinical Trials Center of Brigham and Women’s Hospital and Harvard University per discutere di come mettere in comune i dati. Perché sulla necessità di farlo non ci sono esitazioni: il patrimonio offerto dalle informazioni collezionate nella pratica clinica quotidiana è riconosciuto come un fondamentale bagaglio da cui assolutamente attingere per il bene e il rispetto del malato.

Il valore più grande del poter accedere ai dati, infatti, è l’estrapolazione di analisi che possano generare ulteriori significati. Vale a dire: dal paziente provengono dati preziosi e al paziente devono essere restituiti sotto forma di nuovo output di salute.Tuttavia, non sono ancora chiari gli aspetti pratici su come costruire e gestire questo magazzino di informazioni. Un esempio proviene dal Multi-Regional Clinical Trials Center che ha dato vita ad una organizzazione non profit per gestire una piattaforma comune per la raccolta e l’accesso dei dati delle sperimentazioni cliniche, il Vivli Center for Global Clinical Research Data. Si tratta di un portale unico appannaggio di governi, dell’accademia, dell’industria, così come del settore non profit che raccoglie e ospita i dati consentendone il download gratuito attraverso una valutazione delle richieste di accesso condotta da un panel di esperti indipendenti.

E’ però lontano lo scenario in cui piattaforme di questo tipo saranno diffuse, o meglio, non saranno poi così numerose bensì un’unica grande banca dati in cui far confluire diversi dataset insieme. Nel frattempo, la discussione si sposta sulla modalità di codifica dei dati, che impedisca di risalire all’identità dei pazienti donatori, pur senza perdere il necessario grado di dettaglio delle informazioni per consentire di condurvi le opportune analisi.

E queste considerazioni sono tanto più rilevanti quando si parla di dati sensibili come quelli provenienti dalle mappature del genoma, dai dispositivi e dai sensori personali, dal fascicolo sanitario elettronico, che di certo pongono il problema della loro crittografia.Ma invece di perdere tempo e risorse per cercare di individuare tecniche complesse che rendano anonimi i dati dei pazienti – commenta l’editoriale dell’ultimo numero del NEJM – col rischio di disaffezionare questi ultimi dal condividerli, sarebbe opportuno identificare un set minimo di dati da mettere a disposizione gratuitamente in modo anonimo per ogni trial e consentire invece l’accesso alle informazioni più complesse solo prevedendo la collaborazione attiva e l’inclusione dei pazienti nel processo completo, dalla definizione degli obiettivi dello studio alla condivisione dei risultati con il team di ricerca.

L’inclusione del paziente nei percorsi decisionali che riguardano la sua salute fin dalle primissime fasi della ricerca clinica rappresenta ancora una volta l’unica strada per arrivare ad una scienza medica fatta “dai pazienti per i pazienti” in un circuito virtuoso dove la fruizione della conoscenza si conferma il valore centrale.

Leggi l’editoriale sul NEJM “From Patient to Patient – Sharing the Data from Clinical Trials”


Pubblicato il: 27 giugno 2016

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